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Accordare lo strumento è metà dell'opera #



File:Mondrian Composition II in Red, Blue, and Yellow.jpg


    Pezzo di merda, nullafacente. Così esordiva. E da lì io ero convinto che ancora mi amasse. Perché il suo mondo era tutto alla rovescia, tutto il contrario dell'opposto, a dirla stramba...
    Un piccolo in fasce, da poco, e lei a deglutire e starnutire sul niente... Parole a vanvera, cattiverie... E un bel giorno ho scoperto l'illuminazione, la grazia... Il bimbo strafottente a ridicolizzare la nostra parte... Mentre noi, alchemici e insoddisfatti, provavamo a tendere un braccio all'ovvio per farne un'opinione, un raggiro...
    Ma non è da questo... Volevo partire e dirne quattro sulla paranoia del linciaggio a rendere - al confine verso il nostro e basta...

    Avevo un compagno di giochi tutto sornione che litigava bene con gli altri e a me amen... Appunto, detestava farmi torto, e questionava sul come e perché e boh!!; aveva sempre con chi parlarne... Io, dal mio substrato di noia ammaliavo l'incontro e incassavo - torcevo le natiche e sorridevo alquanto sull'accaduto e poi, senza bizze, tiravo di naso un che sanguinolente... 
    Quinta elementare a prescindere e un punteruolo sulla schiena; oppure attese a reclamare la mamma che non viene fuori dalla scuola... E poi, senza dire ahioo, un altro tizio, giù a ridermi contro e addosso, insomma, ci feci pace e companatico, seduto accanto a lui primo della classe e a strafottermene anch'io, mentre la maestra implorava che arrivassi presto al mattino, ma io no!!, la sveglia non parte - e le librate di mia madre sugli occhi a giustificare una pisciata notturna, mezzo insonne sempre nel ritardo... 
    E intanto il pischello cantava all'unisono e fuori dal coro le canzonette di Bennato, Il rock di Capitan Uncino, o di De André, La guerra di Piero, facendosi beffe dei mal capitati, suoi prossimi fratelli di lavagna e materie ricattate prima di arrivare... 
    Lui cantava e noi stonavamo, mentre un bel giorno, per ripicca al ben servito, lancio un pugno raffermo sullo stomaco dell'amico di prima, compagnone di banco mezzo frocio per l'invidia della competizione con l'altro, e la maestra subito a dirmi: chiedi scusa e subito mascalzone!! - ed io see - mascalzone a chi!! - nella nostra famiglia è già tanto se ti ignorano a dovere...
   E allora raccomandato a casa... Così mi ritrovo per un carnevale qualunque a difendere, travestito da Pierrot, il mal digerito che preda di un gioviale vizio mafioso di territorio 'le prendeva' ogni qual volta scendeva di casa per fare merenda... ed io bizze!!, ancora niente!!, non volevo saperne... Eppure... Mi vergognavo va'... 

  Ne uscii con furore e merito mentre la maestra continuava a implorare... 

     E tutto questo per dirvi che il primo della classe i suoi mammà e papà li chiamava per nome e a me scocciava - e che in seguito provai a cantare Messa con la chitarra ma non mi riusciva perché accordare lo strumento era uno strazio ancor più che imparare a tirare di boxe su un atrio sconcio, in fondo, le corde ammettevano che suonare prima del GONG... - l'indifferenza nell'atto, il rintocco, bah!! - e allora cosa, se non un dazio, un approdo - inutile ormai... ché a strimpellare son bravi tutti poi, tranne io che mi proponevo incolume al danno e dopo, considerando la sensibilità dell'accordo, conducevo l'indizio della nota al tarlo che da me per me creava uno stallo di parsimonia e pigrizia - e capire la perfezione del gesto prima dell'attacco - l'intimità prima del suono... un po' come adesso mentre mio figlio invoca silente un riscontro e la mia donna sottace ingiuriosa l'amore che ci ha resi liberi a disimparare il guasto - o a ridere di un'accordatura dall'alto...

    Pezzo di merda te ne devo suonare ancora quattro!! - ed io imparo... Prosit... per un altro 'non saperci stare' tra le note di un prossimo ritorno prima d'imbastire un fraseggio... e riprovare il verso... lo sguardo indifeso di mio figlio... l'incanto __________










tutto ciò che resta -




A mio figlio,



finalmente mi renderai libero
dalle premure e dalle incombenze

o dalla voglia di fare tardi -

l'incongruenza fallimentare 
come le foglie d'autunno e la giovinezza

nel tuo silenzio strideranno in un sogno vacuo
pieno di pretese senza ricatti -

ed io da sempre attendo un tuo sguardo 
che dica chi sono dal ventre 
all'intestino che più non regge

(privo di miracoli e remore)

adesso guardo te insonne nel sonno 
e so forse quanto costa la fine dei giochi 

ancora una questua 

dietro la finestra un'altra storia 
e l'inquietudine che ricatta 

un involucro di feltro e stoppia a riparare
dal vento -

gli spiragli maculati di latte e zenzero 

(paturnie e riflessi )

_____

ti ho lasciato sulla cesta ad ascoltare 
la viola incandescente 

e tu 

niente

a riposo 
come 
da 

ogni mia transumanza
all'approdo -

ti amo 

in un 

risvolto

. . .












Cristo si è fermato a Eboli




I fratelli, 1953.



Incipit 

Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell'altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte.

– Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l'espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto piú profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiú il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell'inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.








[ la corda vagnata ]





lu ciuri di varcocu 

biancu nna l'occhi

e la sira sutta li dinocchi

agghiòrnanu di mala primura 
sintennu la corda vagnata  

la tussi a dijunu 
vattiannu all'arriversa 

s'allestinu 
cueti
d'asciucàrisi 

dintra la cìnniri 
di la sicaretta

.  .  .






l'imbuto




1.
gli angoli smussati della bocca inducono a un rifiuto
e la parte che rimane non basta a chiarire il guasto

(l'insulto al come e il perché ritrovarsi ancora insieme giaccia
sopra porticati sazi di ogni confine)

infine poco desta sotto il guanciale e il vanto 
di astenersi a madonne varie e crismi infesti
dal mio capezzale lascia redimere ogni intento 
di sporcizia - in fondo attesta quanto sia facile ripulire

il resto di niente in uno scaltro furtivo ripetersi

2.
eppure a me va di chiudermi fuori la porta 
sussurrando: sai, potrei ancora averti!
dietro poltrone sconce e visi strani d'imbarazzo

l'impiastro più steso e nudo di cerimonie
non tiene te da me lontana -
ma rivela un giudizio di resa 

se adesso figura omessa mantiene flesso il glande

3.
diviene amore calpestato in un tonfo impastato di pianto

e risucchio di mele marce a dichiarare un accordo d'intesa

l'avviso disonesto di un lascito primaverile

o il pane che manca quando canta messa

[ . . . ]





Epilogo, o falso prodromo




l'ultima nota rispecchia il dito sulla piaga
l'avance di un giro di dadi
conforta forse il sapersi estranei -
dinoccolati

a poche miglia da un futuro intatto
l'impatto o il fuso orario rimane
vista all'occhio
come filo d'olio sull'acqua -

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .




Dalla cucina #



COLLAGE FAMILIARE




La sua indolenza 
a volte 
è un capriccio,
un pugno imbolsito,
eppure 
quando mi dono 
al suo ciarlare sconnesso
soprattutto 
mentre litighiamo sul mio 'far niente'
l'ignavia 
padroneggia i nostri 
domi intelletti:

Infausta la preda che ci sta in mezzo . . .

    [Ed io sto qui 
    relegato
    a sentire sul collo 
    i sospiri del frigo]

Adesso / o come non mai 
a ricordare 
quanto, da un suo sproloquio 
circense,
volesse a tutti i costi entrare 
in casa mia / per cosa dico!!
per cosa / se non per far pace 
e basta: ché poi è divertente - come forse adesso, 
mai che mai, 
promisi l'avrei sposata 
solo per allegria 
citando un film con la Vitti e Albertazzi - altro che teatro!!
il sangue voleva, 
in punta di piedi e subito!!, 
a sigillare un patto - un frammento amoroso 
da discutere in partenza ___ Eppure
mi piscia sulle scale, 
così, 
per ripicca o noia | non so . . .

    Lei 

    picchia 

    forte 

    sulla 

    porta:

a vanvera e grida 
che non ce la fa più, vuole entrare 
almeno per pisciare, 
ed io picche, tiè, NO!!,
non se ne parla proprio ___ così la tipa
prende guaina di slip e slabbra . . .

Giù per le scale d'ingresso
come a dire niente, mentre io dopo, 
a fior di candeggina pulendo il tutto - bestemmio 
e marcisco nel tanfo del ben servito:
e allora mi dico 
perché non farci un figlio | caparbia la ragazza | dettofatto

ed è così da un po' . . .









COLPO GROSSO & DAMA




    Da bambino giocavo a dama con mio nonno. I miei genitori erano più lasciati che persi. Separati in casa si diceva una volta... Eppure il nonno non si accontentava di farmi compagnia ma voleva vincere, anche... Con le sue mosse strambe, criptiche: in preda alla follia della competizione e dell'orgoglio campestre...
  Io, dal mio cantuccio, stremo e tremante per l'empatia su ciò che avvertivo potesse accadere, fingevo rimpianti da giovane età e mentivo pure sull'accoglienza del Vecchio...
    D'altronde, non mi interessava sapere a chi avrei potuto aggrapparmi o per cosa stesse arrivando un aiuto, un invito... Volevo il bacio di grazia tra i miei genitori e punto: altro che Misericordia!!
    A ricordare, fino all'ultima spesa, i nonni materni si erano approcciati a chiocce dopo l'ultima bislacca infrazione di mio padre che più che sognatore era stato sempre convinto "del tuo è mio e il mio forse è tuo"... Insomma, si erano arricampàti* senza pregi né autentiche motivazioni, ma per la forma, a casa dei miei per accudirmi:  sennò la genti c'av'addìri!!** 
  Oibò, ed io giocavo a dama con mio nonno... Le mosse peculiari, i colloqui in ombra, e le strategie di guerra tra pedine e pedine fino a quando vinsi... E vinsi ancora... Meditando la sconfitta vincevo e piangevo dentro la disillusa impazienza di un vecchio che insegnando aveva trasmesso la condizione attuale fuori dagli idoli... Non era riuscito, ed io premendo sulla curiosità, resasi partecipe, non avevo ubbidito a dovere: avevo dissacrato l'ordine di una nèmesi*** ormai posticcia... 
    Scoperte le carte, già mi annoiavo, vincendo a DAMA come a falsare la struttura del mito, o dell'ordine a me non dato...
    
    E intuire poi, che a mio nonno bisognava lasciarlo categoricamente solo dalle 10:00 p. m. in poi, perché COLPO GROSSO**** trasmetteva fighe al vento e scommesse: programma televisivo per non vedenti, a dirla come la dicevano i Parrìni ***** di allora; sottendeva un che di distacco in partenza da una struttura famigliare a cui fare riferimento, visto il resto...
   Oppure, meglio osservare mio padre che con inchiostro di China tentava di riprodurre 'nature morte a mano' e senza righello mentre un abbraccio pubblico di irredimibile bellezza coniugale faceva ripartire i nonni verso il paese di origine; e la solitudine aumentava come un viaggio "d'inizio e ritorno" andando a trovare gli zii in Piemonte: 
    ci feci un tema a scuola - letto in classe:  
    penso per l'autenticità e il dispetto che mi portavo dentro - 
    la Maestra mi odiava!! - retrofascista attempata: 
   andavo in quinta elementare e tutto ciò sarebbe diventato il pretesto, o il preambolo -
   di un matriarcale rigurgito a me stesso _______________ Almeno in parte,


DIETRO LA FINESTRA



erano arrivati con premura . . .
** le persone cosa potrebbero dire (sparlandone!!)
***** Parroci, preti di paese . . .




L'incavo della mano -




le pieghe sul guanciale del letto
e una fissazione immutata di fragilità

porcellana e cattiveria sopra le lenzuola

arabeschi istrionici e convinzioni

dopo 
al mattino
fa 
lo stesso

tra premure e incombenze
a ritirare
ogni
precauzione

e

invito

alla meta

una plenitudine molesta
(millantatoria)

incudine che resta
l'unica domanda

a nessuna risposta

. . . 








Baby blues


A Riccardo, mio figlio
Martedì, 26. 02. 2013
Ore 15: 55



La vetta più concreta 
tra mani nuove
asciutte

in bilico per dove 
a stento un' immagine 
si rende 
fragile cornice 

(pestando parole)

così doveva andare . . . 

E acerba 
mondata intimità:

illé!!  illé!! 

ad ogni cauta suzione
ritorna voce
_____











Informazioni personali

La mia foto

Francesco Maria Cannella è nato a Palermo nel 1978, dove vive. Ha ottenuto vari riconoscimenti nell’ambito della poesia a carattere nazionale e internazionale, tra cui: 1° premio INVES 1999, 1° premio L’IRIDE 2001, premio alla cultura ‘Don Padre Puglisi’ 2005.
Proprio nel 2005, esordisce con la silloge LA STANZA È CALDA (prefazione di Alfio Inserra, Ed. Thule). L’anno successivo, sempre per la stessa casa editrice, pubblica un secondo volume NON VOGLIO OMBRE ALLA MIA FINESTRA (prefazione di Aldo Gerbino).
È ancora inedita la raccolta LA PORTA SOCCHIUSA, con prefazione di Salvatore Di Marco, anch’essa concepita all’interno del lungo work-in-progress al quale fanno riferimento le prime due pubblicazioni.

Alcune sue poesie sono inserite in riviste e antologie letterarie.
Oltre che di letteratura si occupa di pittura, fotografia, grafica e film.
Si sono, tra gli altri, interessati alla sua produzione: Tommaso Romano, Franca Alaimo, Elio Giunta, Franco Loi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Cacciari, Federico Hoefer, Dino Grammatico, Pino Giacopelli, Paolo Ruffilli, Ferdinando Banchini, Johannes Maddens, Mario Specchio, Elio Andriuoli, Vittoriano Esposito, Luca Desiato, G. L. Bartolini, Flavia Lepre.

Nel 2010 con il libro NIENTE ABAT-JOUR VICINO AL LETTO in cui appare per la prima volta della prosa, pur non tralasciando la poesia, e i tre suddetti volumi si chiude una tragicomica e farsesca tetralogia dai richiami fortemente autobiografici che prende forma e si confessa sin dal titolo: MALASILO Bisogna forzarle le cose, 1998-2010.

ANTICAMERA, correlato alla tetralogia, conclude un ampio lavoro poetico sulla paternità dal titolo di matrice oraziana «disiecti membra».

MORTE APPARENTE DI UN IMPOSTORE, in cui viene presentata sia prosa che poesia, è da considerarsi una plaquette, un capriccio, una perifrastica passiva o una mera confessione...

Con MERIDIANO 180 GRADI, del 2011, in cui scritti passati e inediti si compenetrano in un percorso tanto discorsivo quanto intimistico, prosa lirica e poetica dell’istante narrano il vissuto dell’Autore in una carrellata d’immagini giustapposte per contrasto.

Sempre nel 2011, rielaborando poesie inizialmente tralasciate, racchiude in una silloge estranea al lavoro precedente e allo stesso tempo privatamente connessa al viaggio poetico iniziato da più di un decennio l’idea di verso stanco, dimenticato, con il libro VERDERAME ALLE PARETI in cui pathos e rammarico si fondono nell’attesa di un rinnovamento...

Il suo ultimo lavoro, CON LE PERSIANE CHIUSE, è composto da diciotto poesie inedite in cui la ricerca di nuove consonanze sembra rivelarsi attraverso un cammino nitido di sembianze. Di fatto, visionando il passato tra sogno e veglia l’Autore tenta, in corresponsione col presente, di afferrare i ricami di momentanee epifanie e di catturare per istantanee gli incanti quotidiani...

Scrive anche in vernacolare.

NON SALTARE GIU' DAL LETTO PRIMA DI MEZZOGIORNO è il suo primo romanzo.

«Mi pare utile, e mi piace pensare, che la poesia si riveli inesausta tensione al linguaggio e a un senso sempre rimandato, pronto ad accogliere significati altri. Ne risulta, intendo, un legame tra le parti che ha il suo esatto domicilio nella separazione e nella autonomia.»
F. M. Cannella

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