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FRATTALI





si direbbe
pure a farne senza
un guanto non distingue il punto di partenza
tra un piede e l'altro nel passo

*

il vanto di essere fuori da ogni contesto
un po' come un insetto che ricama la sua tela 
in un sorriso guasto 


l'infetta richiesta di abbandono 
[l'inizio d'innocue iniziative]

geometrie sazie di possesso

le vesti

*

si abbassa sul diaframma 
e frange le quote di una linea interrotta
a diramare quadri dentro specchi 
e riflessi dentro l'occhio

*

attraverso lo stomaco
gocce di saliva e sperma 

[rioni in festa]

fuori dall'occipitale ventre
bistrot e frattaglie

ricami di simmetrie ad imparare 
che non c'è spazio né equilibrio 
prima di essere 

te 

in esso 

e dentro esso 

niente

___





[ Il sintagma perfetto ]




LIBRAI

martedì 18 dicembre 2012

 (a R, angelo custode)


     Quella di Sansepolcro aveva fatto l’ostetrica per tutta la vita. Negli anni Settanta, a Firenze, aveva fondato un ambulatorio femminista, che promuoveva il parto in casa e aiutava le donne a praticarlo. Poi si era sposata, aveva avuto tre figli, si era trasferita lì con la famiglia. Anni dopo il marito e i figli se n’erano andati, lei invece aveva aperto una libreria con alcune ragazze più giovani. Mi disse che di quelle ragazze si sentiva un po’ la mamma. Che l’ostetrica e la libraia non le sembravano mestieri poi tanto diversi. Dei suoi figli parlava con orgoglio: uno stava cominciando a esercitare come medico pediatra, l’altra studiava diritto internazionale a Londra, il terzo aveva coltivato il sogno di fare il musicista e inseguendolo si era un po’ perduto.

     Quello di Foggia mi raccontò degli anni di Zeman, e del trio delle meraviglie Baiano-Signori-Rambaudi. Eravamo in macchina dall’aeroporto di Bari, cento chilometri sotto il diluvio. Mi disse che, per lui, quella era l’epoca del sogno, un tempo che non sai più se sia esistito davvero o l’abbia inventato tu dormendo; perché era un bambino, allora, e amava il calcio nel modo dei bambini, studiando a memoria i tabellini delle partite e gli albi d’oro. Ancora adesso ricordava ogni risultato, ogni formazione, ogni gol. L’ultimo era stato quello subito in casa con il Napoli, che aveva negato al Foggia l’ingresso in coppa Uefa e gli aveva spezzato il cuore. Tre rigori ci dovevano dare, mi disse scuotendo la testa. Poi si consolò raccontandomi di Kolivanov, genio incompreso.

     Quello di Fermo era un anarchico, e in un angolo teneva due poltrone e po’ di vino. Gli piaceva offrire un bicchiere alla gente che si sedeva lì a sfogliare un libro. Era esuberante, litigioso e dedito ai vizi come capita spesso agli anarchici, non so ai librai. Nella sua stessa via, solo cinquanta metri più in là, gli avevano aperto una libreria di catena, e lui si rifiutava di passarci davanti: quando doveva andare in piazza prendeva un vicolo laterale e faceva un lungo giro. Si arrabbiò perché all’incontro vennero solo cinque persone. “Città di merda”, sibilò tra i denti, ma più tardi ammise che non l’avrebbe mai lasciata. Bevemmo il suo Rosso Piceno per tutta la sera, la mattina doveva accompagnarmi in stazione molto presto; lo salutai di fretta, col vino che mi picchiava in testa, sapendo che poi di quella fretta mi sarei pentito, correndo fuori dalla sua macchina per non perdere il treno.

     Quello di Palermo mi portò al ristorante e voleva farmi assaggiare tutto. Siccome non potevo ordinare dieci piatti diversi, ognuno dei suoi amici ne ordinò uno e me ne offrì un boccone. Al tavolo di fronte c’erano tre camionisti svizzeri ubriachi: chiesero se stessimo celebrando un addio al celibato, forse perchè ci vedevano allegri o forse nella speranza di unirsi a noi. Il libraio disse di no, che ci eravamo appena conosciuti e stavamo festeggiando il nostro incontro. I camionisti capirono perfettamente. Per via dell’accento il libraio chiese se fossero tedeschi, e loro si offesero a morte. Dissero no, noi siamo normali. Avevano appena ordinato un giro di birre dopo il caffè, ma della normalità ognuno ha la sua idea, e non ci parve il caso di discuterne. Facemmo la pace brindando all’internazionalismo e all’amicizia tra i popoli.

     Quello di Venezia aveva cominciato con una libreria di libri usati. Sgomberava le biblioteche dei morti, che i figli si vendevano per pochi soldi e certe volte senza sapere di dar via rarità preziose. Mi raccontò che a Venezia le cantine non esistono, esistono i solai; ed è lo stesso un problema tenere i libri all’asciutto. A un certo punto, oltre che ai libri usati, si era appassionato ai piccoli editori, e aveva cominciato a vendere anche loro. Di quelli grandi non ne voleva sapere. Entrava qualcuno a chiedergli un Einaudi, un Mondadori, e lui diceva mi spiace, non ce l’abbiamo. Si può ordinare?, domandavano quelli. No, diceva lui, non si può ordinare. Quella sera mi aveva fatto una sorpresa, esponendo in vetrina tutti i libri che avevo citato nel mio.

     Quello di Ivrea mi raccontò di Adriano Olivetti, che si era messo in testa di far leggere gli operai. Per questo, mi disse, a Ivrea c’è il più alto rapporto librerie-abitanti, lo sapevo? Risposi che non lo sapevo. Anche lui prima faceva un altro lavoro, come tutti gli altri. Il venditore di qualcosa che si vendeva meglio dei libri. Disse che però a un certo punto si era accorto di non stare bene, e allora si era licenziato, usando la liquidazione per aprire la libreria; con cui non guadagnava quasi niente, se non la felicità che prima gli sfuggiva.

     Quello di Pietrasanta voleva vendere anche gli e-book. Il suo amico cercava di spiegargli che non aveva senso, ma per lui un senso ce l’aveva eccome: uno viene qui con il suo coso, mi disse, il suo e-reader, mi chiede un libro e io glielo scarico dalla come si chiama, dalla chiavetta no? Tutti i librai discutevano di e-book fingendo di non preoccuparsene affatto, come si snobba l’annuncio di una catastrofe, la fine del mondo. Tutti disprezzavano i best-seller, e in particolare le loro sfumature, ma con i libri brutti ci campavano, mi dissero, a vendere solo libri belli non si arriva a fine mese. Quello di Torino per i libri brutti si era inventato questa cosa: aveva preso un tavolino e gli aveva segato una gamba a metà. I libri brutti li vendeva anche lui, ma li teneva lì sotto a reggere il tavolo.

     Per qualche motivo le libraie erano spesso in due e piuttosto belle, i librai quasi sempre trasandati e soli. Quello di Bari faceva eccezione: secondo me assomigliava a Klaus Kinski, ma secondo i suoi amici a David Bowie, e secondo il cameriere cocainomane a Andy Warhol. Non riuscivamo a metterci d’accordo. La libreria l’aveva aperta da un mese: era specializzata in musica, fumetti, cinema, piccoli editori punk. Era un punk anche lui, magrissimo, capelli biondi ossigenati, abiti attillati e neri, un sorriso che ti faceva venir voglia di sorridere anche te. Le libraie di solito erano gentili, però dopo l’incontro tiravano giù la serranda e mi davano la buonanotte; i librai invece mi accompagnavano al ristorante e al bar. Parlavamo di calcio e letteratura. A volte pure di donne. Sentivo di capirli meglio, e loro capivano me. Le libraie mi facevano trovare sul tavolo un bicchiere d’acqua; i librai mi guardavano in faccia e mettevano il vino.




LA PRATICA VIENE PRIMA DELLA TEORIA 


lunedì 22 ottobre 2012

di Sandro Bonvissuto
 
La mia regola, una regola che vale, del resto, per tutte le cose della vita, è questa: togliere invece che aggiungere. Da un punto di vista stilistico perseguo proprio la sottrazione e non mi stancherò mai di ripeterlo, perché il sintagma perfetto è il massimo del senso e il minimo delle parole necessarie a esprimerlo. Non credo serva accumulare nella scrittura, poiché la forza dell’autore è quella di cogliere un pensiero in modo dritto, giusto e asciutto, il resto è un’arcadia. La sfida di questo mio Dentro è stata riuscire a consegnare un’opera che rispettasse questa regola del “togliere”.
Alcuni mi hanno contestato nei racconti l’utilizzo di una forma gnomica, cioè il ricorrere a sentenze brevi. Un giorno la scrittrice Evelina Santangelo, la mia editor alla sintassi, mi ha detto: “Attenzione, stai scrivendo un libro paratattico!”. Proprio per questo pericolo, sebbene il libro sia deprivato del mio io, ho cercato di concentrarmi sull’intimità autentica per poi giungere all’universale. Lo scrittore deve arrivare al punto più piccolo, più intimo possibile, a quel passaggio angusto, effimero in cui le impressioni e i fenomeni toccano l’io: solo a partire da quel punto, le impressioni si allargano, si espandono, esplodono nella loro dimensione universale. L’onestà della percezione e della sensazione è fondamentale perché lo scrittore possa recuperare il momento, l’istante che vuole narrare. È proprio questa onestà, questa pulizia dello sguardo, che può avvicinare uno scrittore al lettore, che gli fa guadagnare credibilità ai suoi occhi, che permette, infine, una sovrapposizione dell’esperienza dell’uno e dell’altro. L’onestà della percezione fa sì che il rapporto con il lettore possa diventare silenzioso: perché entrambi, d’un tratto, già sappiamo di cosa si parla.

(Un’intervista di Nicola Ruganti e Nicola Villa, uscita sul numero 11 della rivista Gli Asini, a Sandro Bonvissuto.)


FLASH MOB








DENTRO LA PLACENTA








La stanza era calda

e c’era l’odore di mia madre giovane.

Nazim Hikmet






In bocca tengo il tuo odore di Bestemmia e un impulso vitale a non tradire

         un sorso di niente



         la mia gratuita

         atavica

         responsabilità

        

         (. . .)










           


LA ROTTURA DEL CERCHIO. Dentro l'utero, fuori dall'oblò: la negazione della paternità è la negazione stessa . . .




Non Novi Illum
(Luca 22 : 57)










Informazioni personali

La mia foto

Francesco Maria Cannella è nato a Palermo nel 1978, dove vive. Ha ottenuto vari riconoscimenti nell’ambito della poesia a carattere nazionale e internazionale, tra cui: 1° premio INVES 1999, 1° premio L’IRIDE 2001, premio alla cultura ‘Don Padre Puglisi’ 2005.
Proprio nel 2005, esordisce con la silloge LA STANZA È CALDA (prefazione di Alfio Inserra, Ed. Thule). L’anno successivo, sempre per la stessa casa editrice, pubblica un secondo volume NON VOGLIO OMBRE ALLA MIA FINESTRA (prefazione di Aldo Gerbino).
È ancora inedita la raccolta LA PORTA SOCCHIUSA, con prefazione di Salvatore Di Marco, anch’essa concepita all’interno del lungo work-in-progress al quale fanno riferimento le prime due pubblicazioni.

Alcune sue poesie sono inserite in riviste e antologie letterarie.
Oltre che di letteratura si occupa di pittura, fotografia, grafica e film.
Si sono, tra gli altri, interessati alla sua produzione: Tommaso Romano, Franca Alaimo, Elio Giunta, Franco Loi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Cacciari, Federico Hoefer, Dino Grammatico, Pino Giacopelli, Paolo Ruffilli, Ferdinando Banchini, Johannes Maddens, Mario Specchio, Elio Andriuoli, Vittoriano Esposito, Luca Desiato, G. L. Bartolini, Flavia Lepre.

Nel 2010 con il libro NIENTE ABAT-JOUR VICINO AL LETTO in cui appare per la prima volta della prosa, pur non tralasciando la poesia, e i tre suddetti volumi si chiude una tragicomica e farsesca tetralogia dai richiami fortemente autobiografici che prende forma e si confessa sin dal titolo: MALASILO Bisogna forzarle le cose, 1998-2010.

ANTICAMERA, correlato alla tetralogia, conclude un ampio lavoro poetico sulla paternità dal titolo di matrice oraziana «disiecti membra».

MORTE APPARENTE DI UN IMPOSTORE, in cui viene presentata sia prosa che poesia, è da considerarsi una plaquette, un capriccio, una perifrastica passiva o una mera confessione...

Con MERIDIANO 180 GRADI, del 2011, in cui scritti passati e inediti si compenetrano in un percorso tanto discorsivo quanto intimistico, prosa lirica e poetica dell’istante narrano il vissuto dell’Autore in una carrellata d’immagini giustapposte per contrasto.

Sempre nel 2011, rielaborando poesie inizialmente tralasciate, racchiude in una silloge estranea al lavoro precedente e allo stesso tempo privatamente connessa al viaggio poetico iniziato da più di un decennio l’idea di verso stanco, dimenticato, con il libro VERDERAME ALLE PARETI in cui pathos e rammarico si fondono nell’attesa di un rinnovamento...

Il suo ultimo lavoro, CON LE PERSIANE CHIUSE, è composto da diciotto poesie inedite in cui la ricerca di nuove consonanze sembra rivelarsi attraverso un cammino nitido di sembianze. Di fatto, visionando il passato tra sogno e veglia l’Autore tenta, in corresponsione col presente, di afferrare i ricami di momentanee epifanie e di catturare per istantanee gli incanti quotidiani...

Scrive anche in vernacolare.

NON SALTARE GIU' DAL LETTO PRIMA DI MEZZOGIORNO è il suo primo romanzo.

«Mi pare utile, e mi piace pensare, che la poesia si riveli inesausta tensione al linguaggio e a un senso sempre rimandato, pronto ad accogliere significati altri. Ne risulta, intendo, un legame tra le parti che ha il suo esatto domicilio nella separazione e nella autonomia.»
F. M. Cannella

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