Translate

Zapping




Io sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per diventare un professionista.


Il diverticolo delle facce in fondo all'intestino

Parole omesse a prescindere
Tra un giubileo e un vademecum 

Ed ora rimane l'agguato di una luce sfocata
 
Il cono d'ombra di un chiacchierare posticcio

Implora altri spazi e vuoti a intervallare
L'ora che manca per quanto non ancora
In voti di calma e allusivo scorrere

Le punte dei fucili esplodono 

Lapidando le messi dietro burqa e ansimi al saldo

_____________________________________________________________
_____________________________________________________________




 

LEZIONI AMERICANE




  1. Grazia: Jerome David Salinger, The Catcher in the Rye, 1951.
  2. Ritmo:  Jack Kerouac, The Subterraneans, 1958.
  3. Profondità: Charles Bukowski, Notes of A Dirty Old Man, 1969.   

Incipit:

  • Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto.

  • Ero una volta giovane e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza far tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato che non è piú padrone di sé e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia — questo tanto per cominciare dal principio con ordine ed enucleare la verità, perché è proprio questo che voglio fare. — Cominciò una calda notte d'estate, sì, con lei seduta su un parafango quando Julien Alexander che sarebbe… Ma cominciamo dalla storia dei sotterranei di San Francisco.

  • un figlio di puttana si era rifiutato di scucire il grano, tutti che dicevano d'essere al verde, il pokerino era finito, io ero lì seduto col mio fratellino Elf, Elf era un ragazzo svampito, svaccato in toto, era stato a letto per anni a spremersi le palle gommose, a fare esercizi folli, e quando poi era sceso dal letto era più largo che lungo, un bruto sorridente tutto muscoli che voleva fare lo scrittore ma suonava un po' troppo come Thomas Wolfe e, a parte Dreiser, T. Wolfe è proprio il peggior scrittore che sia mai nato in America, e io colpii Elf dietro l'orecchio e la bottiglia cadde giù dal tavolo.


RESINA





Dal basso | come cartapecora o sdruccioli sull'asfalto indugio | attendo un compromesso che sia palese a me stesso | un'opportunità lampante implicita nell'atto di astenersi | per vanagloria | pudicizia | anche come tramite di qualcosa | un dunque | non so per quale inganno atavico ed ancestrale stallo | L'appesa carità incide sul collo | tace | implora un vizio come un altro | Adesso il rimpianto | l'accusa | l'inverecondia distesa sull'addome dentro alcol mal digerito | indigesta ogni accusa | la tua e sempre | Ancora un ricatto | un solo abbagliante distacco dagli occhi | e poi virare altrove | in disparte | tra sabbia e schiuma di onde per amplessi | fionde di rigurgiti concessi | maleodoranti | Resina è l'involucro dentro | risparmia la prole | e intanto come ora una preghiera si siede a guardarmi con disappunto | meritoria sentenza che non perdona | avvilisce dormendo | ed io ripesco carte su carte disubbidendo a un DO di petto | un conato redditizio | un forsennato diniego al meglio che non dispiace e non è mai abbastanza | Avanza l'acredine tra gambe e piedi di crapulose osservanze | aspetta volentieri sapendo di me l'ombra dietro le spalle e un livido di suzione tra il basso ventre e l'incavo delle mani | il cordone all'ombelico sottratto in fasce di stupro | in un capestro di fastidio e gioia | un incendio tra le mura | La parola rimane vacua e il delitto ignora sospiro di lenzuola e resta immagine riflessa | cordame e gomene su per l'interstizio della mente e ancora | ancora frastagli di note e sconcezze a fondo e giù tra orizzonte e luce prima della meta | prima di ogni randagia richiesta _____________________________________________________________
Sono già morto molte volte . . .







[ . . . ]



|Munciuniannu|


Lustru di luna e paroli ca 'un si sèntinu
Vitru di primavera pi li strati arriunuti
Aggigghia comu frevi dintra manu all'arriversu
        ciatàri e vuciàri pi nenti

Sacciu e 'un lu sacciu l'acqua chi scinni comu chiòva

(Ajeri lagniusìa e lu friddu c'agghiorna)

Agghiùttiri lu pitittu e un addevu ca munciunìa

Comu pi tia pi mia 
                                   la siti e la crita nova
 ________________________




Alea iacta est: il Dadaismo e la sua negazione __________




 

La Sposa messa a nudo dai suoi scapoli, anche (traduzione di La Mariée mise à nu par ses célibataires, même), chiamato anche Grande Vetro: 1915-1923 . . .

FREE CINEMA






CANTILENA





Ascolto sempre lo stesso motivo.
Invidio, in fondo, chi sa darsi pace
In un bacio postumo, nullo, approssimativo.
La gente origlia spesso di sott'occhio e non sa
Quanto costa riderci sopra senza gusto...

Adesso intravedo un'impronta difforme al mio disgusto,
Perentoria come la riconoscenza di chi implora
Un argomento qualsiasi, così, per sopravvivere o
Per ripicca - eppure altrove l'occhio di riguardo è strano
Un po' sul chi va là e come torchiando il nastro dell'apprensivo -

O facendo del rimasto uno sproloquio millantatorio:
Fingere fosse da noi - nascere in vizio concesso, coercitivo, irrisorio...







Il dono

                                                             


 

Il flusso dipana corolle e vetrini
filo spinato e ammoniaca da respirare
I contorni sono lievi
effluvi plumbei per l'attesa
Ancora un ricciolo dispiega sopra il ciglio 
e un tocco tra l'alveo 
della mano
e il desiderio di suzione

Accanto rimane 
sempre 
il dubbio

Gambe incrociate come a dire ci sono
e il senso di appartenenza 
non ha richieste

Spaventa l'incresciosa mobilità del gesto
l'affronto al già dato
l'ingrata plenitudine del distacco
l'abbozzo

Accenno sì  
e non per poco
a ciò che un movimento inconsulto è nell'atto
il viso strenuo del distacco
l'abbandono

Ovvio il pianto
l'ossigeno regalato
come ardua ricompensa 
il danno

Vita gratuita o cos'altro 
se non latenti 
ancora a noi stessi 

O forse un ritardo
un virus un retaggio 
di ciò che è pigrizia e intanto 
vilipesa povertà d'esistere e gioire 
comunque 
perché 
resa

[. . .]

       

 La mia vita è l'esitazione prima della nascita. 
Franz Kafka


Quando si è adulti

12 novembre 2012


di Giacomo Sartori

Quando si è adulti bisogna fare gli adulti, anzi l’occupazione principale diventa proprio quella: si ha da manifestarsi adulti in ogni evenienza e circostanza, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo, e anzi meglio si fa gli adulti più si è considerati e ci si autoconsidera davvero adulti. Il reale interlocutore di ogni adulto è lo specchio: è in primo luogo di fronte a se stessi che bisogna mostrarsi adulti, se si vuole convincere anche gli altri. Si fanno passi in avanti, ci si specializza e perfeziona, acquistando a volte uno statuario sorriso che ricorda la maschera ironica ma anche gioiosa di Ben Gazzarra. Quando si è davvero imparato, e si comincia a essere soddisfatti di se stessi, ci si accorge che si è ormai vecchi. Che si sta per morire.
Uno la tira più lunga possibile, tergiversa e strascica i piedi, ma poi finisce che si ritrova adulto. A me è capitato di notte, una notte ben precisa: era buio, la persona vicino a me dormiva, dal giroscale del caseggiato saliva un vuoto più risucchiante del solito, più geologico, e io mi sono accorto che era successo. Mi sono accorto che era finita. Non che mi fossi particolarmente divertito o entusiasmato, intendiamoci, ma era lo stesso finita. Dovevo cominciare a fare l’adulto. Ho subito sperimentato l’angoscia del neofita adulto.

On the road of Beaujolais



 



CINEMA




Descrivere l’Apocalisse in simboli
Non considerare la società per categorie
È una menzogna che oggi va di moda
Come rivivere altre emozioni
E infliggere al presente un passato
Privo di sembianze o reali impicci quotidiani

Dietro la paranoia di un Vecchio
Spesso vige il rammarico – l’immagine
Metodicamente invertita nei ruoli – un percorso
Sputando sul piatto dove si mangia o magari
Riconoscendo un traguardo in cui riposare

E intanto il cane si morde la coda...


Camus e il futuro dell’Europa


di Albert Camus, da Repubblica, 11 novembre 2012 


Se riteniamo che la civiltà occidentale consista soprattutto nell’umanizzazione della natura, cioè nelle tecniche e nella scienza, l’Europa non solo ha trionfato, ma le forze che oggi la minacciano hanno mutuato dall’Europa occidentale le sue tecniche o le sue ambizioni tecniche e, in ogni caso, il suo metodo scientifico o di ragionamento. Vista così, in effetti, la civiltà europea non è minacciata, se non da un suicidio generale e da se stessa, in qualche modo.

Se, viceversa, riteniamo che la nostra civiltà si sia sviluppata sul concetto di persona umana, questo punto di vista, che può essere altrettanto valido come lei ha ragione di sottolineare, porta a una risposta del tutto diversa. Vale a dire che probabilmente, dico probabilmente, è difficile trovare un’epoca in cui la quantità di persone umiliate sia così grande. Tuttavia non direi che quest’epoca disprezzi l’essere umano in modo particolare. Infatti contemporaneamente a queste forze, che definirei del male per semplificare le cose, non c’è dubbio che nel corso dei secoli si è progressivamente diffusa una reazione della coscienza collettiva e in particolare della coscienza dei diritti individuali.
Due guerre mondiali l’hanno soltanto un po’ logorata e credo sia ragionevole rispondere che la nostra civiltà viene minacciata nella misura esatta in cui oggi un po’ ovunque l’essere umano, viene umiliato.

A quest’utile distinzione posso aggiungere che potremmo chiederci, e parlo sempre al condizionale, se proprio il singolare successo della civiltà occidentale nel suo aspetto scientifico non sia in parte responsabile del singolare fallimento morale di questa civiltà. Per dirla diversamente se, in un certo senso, la fiducia assoluta, cieca, nel potere della ragione razionalista, diciamo nella ragione cartesiana per semplificare le cose, perché è lei al centro del sapere contemporaneo, non sia responsabile in una certa misura del restringimento della sensibilità umana che ha potuto, in un processo evidentemente troppo lungo da spiegare, portare poco alla volta a questo degrado dell’universo personale.

AURORA BOREALIS





una gocciola di superstizione
spore tra terra di radici e colchici
innocuo aleatorio 
lo sguardo dietro il feltro  
riflette luce-vetro prima della sosta
la luna svelando danze boreali

. . .


   

Lasciatemi fare l'eremita




C'è una via di fuga dalla rete?
L'elettronica ha dei vantaggi indubbi, non ne discuto. Ma è sempre più difficile la possibilità di ritirarsi dal mondo, far l'eremita. Ognuno nasce cittadino e ha un numero; non ce l'ha ancora sottopelle in un microchip come ce l'hanno i cani, che in ciò sono più avanzati e hanno accettato con lungimiranza il metodo; ma presto mi dicono che ce l'avremo anche noi dalla nascita e significherà l'appartenenza di ciascuno, volente o nolente, allo Stato, sarà come avere la targa, o un antifurto satellitare. Non ci saranno forse evasori, o delinquenti impuniti. Ma uno a un certo punto della vita dovrebbe avere il diritto di andarsene, questo distingue l'uomo dalla formica; a una formica l'eremitaggio non viene in mente, di appartarsi, scavarsi un suo buco e vivere in silenzio senza odio o rancori.
Io dico che è sacrosanto il diritto di stancarsi del consorzio umano e allontanarsene; se togliete questo diritto succedono poi gli eccidi inspiegabili, di chi fa saltare col gas l'appartamento e il condominio coi condomini dentro, perché della vita associata costui ad esempio non ne poteva più. Un tempo, senza dar spiegazioni, prima di compiere queste inutili stragi, un individuo esasperato da tutto partiva dall'oggi al domani: «Dove vai?». «Non lo so…» e andava in qualche dirupo dove si cibava di erba, e per completare la dieta aggiungeva larve di Sfingoidei (per esempio, di Acherontia o di Macroglossa) ricche di proteine, larve del salice (la Phalera bucephala), bruchi di coleotteri, che sono dolci: con uno spicchio di aglio selvatico (Allium Sativum) e un po' di salnitro, sapendo le dosi si ottiene un budino che sembra ricotta in agrodolce, un cibo ottimo e sano, adatto alla vita eremitica; se non basta, nei tronchi marci di quercia si raccolgono larve di cervo volante, ottime; e sotto le cortecce le larve del perdilegno (il Cossus cossus, mangiate anche da Plinio); le si può abbrustolire; quando scoppiano sono pronte, meglio di una bistecca che è piena di estrogeni.

[La rabbia dei corpi]



Lunedì, 9 marzo 2009

Riflessioni sull’arte - Partendo da Tàpies




Antoni Tàpies 


La poesia richiede materializzazione attraverso la parola, i segni di un corpo vivente o quelli impressi su una tela. La forma naturale del segno é la sua trasparenza, la sua immediata leggibilità. Ma i segni si pongono anche come macchie indecifrabili, cicatrici, coaguli di materia, punti di sutura, parole straniere in una lingua sconosciuta alla maggior parte, nati come da un’urgenza vitale, da una rabbia o un’implosione incomprensibile di violenza incapace di darsi altrimenti all’esterno. Non più involucri neutrali di forme ma marcature di territori, incisioni di spazi-tempi abitati, sbavature ricercate, graffi, graffiti sui muri, impronte negative di mani.
Tracce di passi su una pista che si perde nel nulla, croce su un albero che sarà abbattuto domani, linee su un muro per contare i giorni che restano dall’interno di una prigione; incisioni di rabbia, un grido d’appello, un atto di resistenza, l’eclatement de quelque chose de l’ordre de l’inattendu. L’autografo scritto su un corpo, una schiena in rilievo lascia scorrere sangue o inchiostro dalla carne alla parola; disegni fatti di pelli e di corpi, stralci di carta, materia e croci che li sbarrano sopra; occhi dilatati, barrati fuori, colore nero e rosso per segni impressi, stampati in calce; ora su un fondo nero una lettera bianca, comme un acte de survie, sedie vuote ma dei passi invisibili scorrono al di sotto come presenze affiorate in linee sbiadite d' inchiostro
la rage qui secrètent ces corps écorchés, les sutures, les cicatrices, les retombées infimes de l'être, la rage e la saleté qu’on devient vivant
tout cela s’écrit en dehors dans une sorte de mouvement aveugle, de violence secrète qui suintent les corps
celata sotto l'apparente immobilità di superficie, questa violenza trasuda, scivola fuori dalle pieghe interne dei corpi come una secrezione segreta dell'essere.
Distruggere l’immagine statica, figée, vuota maschera di un sé stesso ideale, scendere dal piedistallo, cercare al di sotto, molta più densità e materia, mettere le mani in quella pasta densa, viva e abitata che vi brucia addosso, scavarci dentro la vita che non é vostra e vi tradisce, mettere le mani in quell’esistenza che non si lascia dire; quella materia cercarla fin dove vi serve e usarla, usare tutto, l’angoscia, l’incertezza, la paura, i fantasmi che vi tormentano, le vostre derive personali.

A levare . . .


Weißenhofsiedlung, Stuttgart by Jan Kretschmer

                                                                            


empatia /


 

gesti occhialuti da rabdomante negano ogni forma d'invito | lirica esclusione da ogni contesto| quel che conta viene dopo | ed ora pro forma invade l'Ospite il fucile sotto il letto | il contagio filiforme e netto da fuori l'idiozia che mesta pone un ricambio tra notte e giorno | alcova maleodorante | incertezza di rendersi concreti | e lividi congegni dietro la mente stanno a rimirare ogni aspetto d'ingordigia e pazienza | la stessa da adesso __________________












Guy Garnier, La vie toujours devant (collage papiers)

tableaux-collages-guy-garnier-un-pied-devant-lautre-500x650.jpg 




L'UOMO DI ARAN: Il documentario come prima e ultima espressione di Cinema . . .


Sala d'attesa







*
*  *

«...tu non sei venuta
per il tuo compleanno!»

Conversazione sentita per caso in un bar fuoriporta.


...appena scesi le scale vidi che c’era un barlume di pioggia sui vetri-finestra e un’aria gelida s’infiltrava tra le fessure delle mie ossa prosciugando tutto quello che [Amen!] era rimasto tra le fessure dico non mi sono trovato così bene dopo che vidi fuori il graticcio – non era rimasto niente – tranne un barlume d’aceto alla malora non è che ci tenessi poi tanto ma qualcosa ripeto! tra le fessure aveva negato il ricordo di quella sera andata quando vidi il micino di casa e volevo tenerlo non lo riconoscevo così andai a letto mi svegliai all’alba in saccoccia un bel niente Oh senti questa! – non è che non so – ma appena scesi le scale mi ritrovai col culo per terra senza rendermi conto di che si trattasse e quindi il tutto fu abortito ma la questione era un’altra e feci un fosso nel cortile per un altro pò di tempo o giù di lì – aspettando del resto – l’abbaglio era veritiero! e sì che aprile come ogni sacrosanto giro di secchiello quando da bimbi si cerca di fare un che qualcosa ed è l’unico scotto che si è in grado di tenere mentre l’alta marea incombe e il recinto si fa lieve e sottile e il sole cuoce il gusto arso di sale – un fischiettio – un riflesso arrivato all’ultimo scalino testa a terra facendo letto e merito a tutto tipo quello che di mio è rimasto ovviare ogni tempo: –
                              
tu bambino col castello da calpestare . . .




Informazioni personali

La mia foto

Francesco Maria Cannella è nato a Palermo nel 1978, dove vive. Ha ottenuto vari riconoscimenti nell’ambito della poesia a carattere nazionale e internazionale, tra cui: 1° premio INVES 1999, 1° premio L’IRIDE 2001, premio alla cultura ‘Don Padre Puglisi’ 2005.
Proprio nel 2005, esordisce con la silloge LA STANZA È CALDA (prefazione di Alfio Inserra, Ed. Thule). L’anno successivo, sempre per la stessa casa editrice, pubblica un secondo volume NON VOGLIO OMBRE ALLA MIA FINESTRA (prefazione di Aldo Gerbino).
È ancora inedita la raccolta LA PORTA SOCCHIUSA, con prefazione di Salvatore Di Marco, anch’essa concepita all’interno del lungo work-in-progress al quale fanno riferimento le prime due pubblicazioni.

Alcune sue poesie sono inserite in riviste e antologie letterarie.
Oltre che di letteratura si occupa di pittura, fotografia, grafica e film.
Si sono, tra gli altri, interessati alla sua produzione: Tommaso Romano, Franca Alaimo, Elio Giunta, Franco Loi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Cacciari, Federico Hoefer, Dino Grammatico, Pino Giacopelli, Paolo Ruffilli, Ferdinando Banchini, Johannes Maddens, Mario Specchio, Elio Andriuoli, Vittoriano Esposito, Luca Desiato, G. L. Bartolini, Flavia Lepre.

Nel 2010 con il libro NIENTE ABAT-JOUR VICINO AL LETTO in cui appare per la prima volta della prosa, pur non tralasciando la poesia, e i tre suddetti volumi si chiude una tragicomica e farsesca tetralogia dai richiami fortemente autobiografici che prende forma e si confessa sin dal titolo: MALASILO Bisogna forzarle le cose, 1998-2010.

ANTICAMERA, correlato alla tetralogia, conclude un ampio lavoro poetico sulla paternità dal titolo di matrice oraziana «disiecti membra».

MORTE APPARENTE DI UN IMPOSTORE, in cui viene presentata sia prosa che poesia, è da considerarsi una plaquette, un capriccio, una perifrastica passiva o una mera confessione...

Con MERIDIANO 180 GRADI, del 2011, in cui scritti passati e inediti si compenetrano in un percorso tanto discorsivo quanto intimistico, prosa lirica e poetica dell’istante narrano il vissuto dell’Autore in una carrellata d’immagini giustapposte per contrasto.

Sempre nel 2011, rielaborando poesie inizialmente tralasciate, racchiude in una silloge estranea al lavoro precedente e allo stesso tempo privatamente connessa al viaggio poetico iniziato da più di un decennio l’idea di verso stanco, dimenticato, con il libro VERDERAME ALLE PARETI in cui pathos e rammarico si fondono nell’attesa di un rinnovamento...

Il suo ultimo lavoro, CON LE PERSIANE CHIUSE, è composto da diciotto poesie inedite in cui la ricerca di nuove consonanze sembra rivelarsi attraverso un cammino nitido di sembianze. Di fatto, visionando il passato tra sogno e veglia l’Autore tenta, in corresponsione col presente, di afferrare i ricami di momentanee epifanie e di catturare per istantanee gli incanti quotidiani...

Scrive anche in vernacolare.

NON SALTARE GIU' DAL LETTO PRIMA DI MEZZOGIORNO è il suo primo romanzo.

«Mi pare utile, e mi piace pensare, che la poesia si riveli inesausta tensione al linguaggio e a un senso sempre rimandato, pronto ad accogliere significati altri. Ne risulta, intendo, un legame tra le parti che ha il suo esatto domicilio nella separazione e nella autonomia.»
F. M. Cannella

Followers