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Cancro senza Tropico






Binario 26_C
[lo sguardo di mio padre]

Sempre in ritardo
lungo ferro battuto e creta

Cemento mentre
un rullante lontano suona
(indisturbato)
mio padre ogni giorno
prova a morire con più tenerezza

E l’astio che nutro dentro non manca
né perdona

Parole povere di commiato attendo
e un viso libero di leggerezza

Mestruata la mia donna
(e stanca)
tende a ridere per la mia innocua caducità
e innocenza

Perché separare bile da commosse rimozioni
non dà

Non serve

Il dito sulla piaga dalla quale poter mangiare
se non per codarda risposta
in paternità

Sostituita consapevolezza e necessità
di ripartire senza requie

E intanto la gente osserva



                                                               

 

Almeno per una volta –

 
L’Amazzone tace,
confida nella disfatta
e ride,
suo malgrado,
per un’oncia di familiare possibilità
nel resto che sa
e può non avvenire...

Magari accende un lume
sotto archi scuri e vetrate inesperte

(mute di religio e tradizione non concessa)

parole di rivalsa e capezzoli umidi
ché maternità tradisce ancora come prima:

la pazzia silenziosa che non riscontra

un futuro da non negare e un alfabeto inventato

adesso nel sangue dietro porte da aprire...

La Bimba è nascosta
e il trauma manca di antica
paterna commozione

del proprio pianto rimane,
ripercuote,
l’intatta voglia e la fortuna
(almeno per una volta)

l’ultima...
_______________


Specchio rigato da cui non poter perdonare

e rabbia tenace di vita semplice
a purificare
il dolore senza meriti

gratuitamente in un dono...







li mani caddusi di mè nannu




Haiu un panareddu di cirasi,
la sira li nesciu, la matina li trasu.

da LA TRABACCARA

Canti Lampedusani





giravu l’ova e assittatu staiu comu prima
la crita di lu russu arriunisci chiossà d’ajeri
e li chiova ammancanu e la primura e lu malabbentu
chi ddiri di tia ca m’arrimovi c’un ciatu
taliannu l’ovu pi comu mi lu dettiru ‘n manu

e l’occhi lu sannu e la crita ‘un senti nenti
‘un si stenni cchiu – e cu la teni!

astutu li luci pi tia oi
ca pi tia ‘un c’è patruni
p’innuccenza
pi morti
taliannu lu suli e la rina prima d’agghiurnari
prima di mia
tu arresti e iu ‘un pozzu

la scinnuta è chiana

e li purtuna stannu alla riversa
. . .


 

  

Fine dei giochi


Quindi è così che doveva finire


Farsi da parte e digerire l’esilio

Un’oltranza mal riposta sin dalle prime domande

Non dico che smettere sia il giusto porto

L’onta che mi spetta è più grave e non ha sazio

Ma la pigrizia ripone in sé la perfezione

E forse vale trattenersi quanto basta

Mentre la prole che verrà se non morendo
Induce di nuovo a chiedersi
Quanto reale sia il compianto di me nell’ombra

Finalmente leggera e la morte è sessuale








Asìntoto
 

Perché qualcuno deve restare senza senso

Se il gioco è esatto.

Ivan V. Lalić



 
    Le pile scariche e la voglia di rinviare le giornate. Mio padre agonizzante su un letto anonimo di ospedale... La mia donna che aspetta. Ammortizzare le ore sperando che domani sia meglio... Un prepuzio mal tagliato...
    La bottiglia è sempre lì, vuota, piena di richieste, a portata di mano... Non lo avrei mai detto, mai, neanche scommettendo su l’ultimo brocco eppure la prognosi è stata netta: metastasi ovunque, una baraonda! Lasciamo perdere... Trattenersi non vale! L’amore paterno, l’odio per se stessi, un’inquietudine ciarliera, superflua... Perché sono tornato, perché, e da dove...

    Le giornate abboccate al vino per non dimenticare le ferite aperte e l’amovibilità del vecchio, la sua incapacità di scusarsi, almeno con se stesso, e un dito sulle labbra di commozione... Adesso la memoria manca come non mai – forse per disdetta...
    Gli infilavo le mani dentro le piaghe della schiena, come San Tommaso, inamovibile anche quella; e la merda da pulire era tanta, troppa per un bimbetto come me che alle prime armi non sapeva che farsene della gratitudine paterna in loco di assenza... Ero appiedato, l’ho detto! Inverosimile come il suo testamento:

«Sono come le dune del deserto, in evoluzione costante. In questa vita ho sempre viaggiato. Uno zingaro, un esploratore solitario. Irrequieta anima vagante senza provenienza né meta. Da sempre curioso, soprattutto di capire per cercare d’essere.
Credo fermamente che quando non stai bene con te stesso non puoi vivere bene con nessuno; ma se e quando arrivi a star bene con te stesso quasi nessuno ti sta più bene. Ecco, sarebbe bello imbattermi in quel quasi. Mi piacerebbe, per un pò, riposare il mio tempo…»

    E sentire il suo diniego alla vita mentre il papà-nonno lo viene a prendere in punto di morte ed io lì a lacrimare come una puttana – ca sempri pigghia primu, non fa di me che una colpa da cui poter rimediare a stento...
    Volevo partecipare, volevo; eppure mi è stata negata a prescindere – per dote, dovizia, perdita di tempo, non so! – la Prole che ha trascinato mio padre dal letto al divano mentre moriva come un reietto; non me la perdono e non ho nulla a pretendere dalla mia sposa che sa cosa significa veder morire...
    Ma ciò che non sopporto, più di tutto, è vivere una vita alla carlona sapendo che non potrai mai spiegare le tue frustrazioni – le ripicche che ti hanno inflitto – la nèmesi, la storia della tua famiglia racchiusa e stretta in un pugno livido come un aborto, un utero prigioniero di una vita non tua eppure indotta... La difficoltà di trattenersi quando in seno sai, e non ti appartiene, che la tua vita non è tua per grazia ma forse in morte di chi ha dato tutto pur non sapendo, mentendo per virtù, offrendosi come portavoce di un supplizio eguale e sintetico nella disattesa gratuità...

    È questo che nega il sacrificio, forse... L’appropriarsi indebitamente di una sofferenza incomprensibile – l’affrettarsi invano – e ridursi in salomonica disfatta coprendo le orme del padre per disfarle imitandole...

L’amore che dispiace e sa di non appartenersi, la dote dell’ignoranza, l’invito a perdersi... Una fuga che non ha inizio!!

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FUORI PORTATA


La scommessa è persa prima dello sparo


E la cavia rimane la stessa

Intercambiabile in paterno sguardo
negando il disprezzo di essere se stessi

Sul filo sospeso ad altezze d’uomo
oltre lo specchio

L’immagine non si arrende

Per adesso sono incolume

. . .







E ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome

ora il tempo è un signore distratto è un bambino che dorme

 

Fabrizio De André






Passi di prosa. A gattoni nella memoria...

 

 

 

La stessa cosa




Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno:
la sabbia, la spiaggia, lo sci, l’amore, il lavoro, il tuo letto: epifenomeno.
Come dice l’Ecclesiaste: vanitas vanitatum.

dal film La grande abbuffata di Marco Ferreri








     Ecco fatto: ora posso dirlo!
    Mi capitava di esserci, e non era mai la stessa cosa. Spesso verso le tre del mattino quando sembra che siano in pochi a ricordarsi ancora di te... Mi scovavo da Emilio, un vecchio  ‘sporcaccione’, barbuto musicista fallito, con la mamma a carico, però, e tanto astio addosso da sfamare l’intera periferia cittadina – da tempo ormai messa a nudo e a lume di candela. Mi ritrovavo a casa del ‘bandito’ solo con un po' di droga in corpo e niente da dire, tranne sperare in un altro cicchetto a gratis...
    Il Santone in questione, d’altronde, ne aveva masticate di sbornie in passato e ancora adesso si ci masturbava sopra! Aveva perso pure una parata di decine di chili a furia di massacrarsi lo stomaco con l’alcol; perfino alle flebo era arrivato, non digeriva più niente, cacava e vomitava sangue – nonostante ciò la Mammina col tempo lo aveva rimesso a nuovo...
    Comunque, mi capitava di esserci lì, e di sovente a pensarci bene trovavo la dolce compagnia del Rosso, detto anche ‘Sperelli’, non so ancora per quale cazzo di associazione mentale – a sensazione forse, e boh!, ricordando il D’Annunzio e il protagonista del suo IL PIACERE – insomma, con la Bellezza il malpelo aveva poco a che fare... Eppure, ci stava a pennello, gli si addiceva al caprone, e lui non si esibiva che in chiacchiere di quart’ordine per fare combriccola...
    Bah! Luca il rosso, sempre pronto a fondere sin dal mattino e con poche prospettive al di fuori dello spaccino al quale faceva riferimento quotidianamente andandolo a trovare financo alla Maison, nella tana domestica: e il puscher con i suoi «personal» e moglie e figli tutti a giocare alla PlayStation – e vai, all’arrembaggio!...

    Manco un pelo in corpo l’Efebo cannaiolo... Nondimeno qualche discussione con lui riuscii ad afferrarla, blandamente direi! – tipo quando, condividendo con fraterna amicizia l’unico pasto della giornata, consumato quasi con sdegno verso le cinque del pomeriggio, perché svegli solo da un paio di ore e con i succhi gastrici del giorno prima a fare bisboccia nello stomaco, voglio dire, non si era mangiato un bel cazzo di niente dopo l’ultima canna prima della buona notte; il tipetto tutto-efelidi masticava e taceva, taceva e deglutiva, ed io pure per il vero! – così s’ingurgitava a josa per fare conserva e assuppare il cocktail nostrano di droghe e alcol ancora giù per l’intestino, a casa dell’uno o dell’altro, dipendeva da chi si fosse svegliato prima, e quel giorno ero io l’ospite e lui il padrone di casa – tutto prodigo sui fornelli con l’abitazione a totale servigio dei suoi vizi e delle sue virtù: come, dall’Avanzo, saper ottenere un buon pasto pomeridiano senza farsi venire i conati di vomito per la sbornia ancora da passare... [E bbiri chi manci!!! – ‘U pitittu ci fazzu grapiri, chi ciaavuruuu...]
    Rigurgiti su rigurgiti ci avevano ormai svuotati, comunque: la casa completamente a disposizione, soli soletti, e con i resti lasciati dalla mammina di turno si cercava di riprendere il giusto ritmo per la prossima nottata a venire – e il telefono squillava, e noi niente, squillava e noi a mangiare fintanto che bastava e poi: “Luu – caaa!!! Ohu, compà, ‘u vò pigghiari ‘stu minchia ri telefono o no?!” – e al sesto, settimo trillo riprendeva, e lui: “S-T-O-M-A-N-G-I-A-N-D-O!!!”; e che diamine!, poteva dirlo prima, e invece no, fino a quando l’apparecchio taceva, e noi seduti e splendidi al pasto continuavamo a tacere pure... Mai interrompendo il ritmo...             
    Gli stipetti della cucina, poi, erano pieni di un ben di dio per fare colazione – la sua, di mammina, attrezzava il reparto breakfast tipo un set di leccornie all’americana, e lui, il Rosso, manco la faceva la colazione, anche se i cornetti andavano a diminuire, scarseggiavano sempre più, e lui niente...
    Una volta, una delle tante, ‘scoprimmo’ infatti che ero io a mangiarle tutte ‘ste delizie, in preda alla fame chimica del momento; ed eravamo più fusi che mai quando affrontammo il discorso: così, risate su risate, nevroticamente a pensare che mamma Giulia li comprava per me i dolcetti mattutini e non lo sapeva: comprava e finivano, comprava ed io mangiavo a sbafo – improvvisamente, il balocco s’interruppe – dopo le risate da fusione il malpelo non lo sopportò più, quasi per gelosia, il bimbetto – e ‘affanculo!, fino a che durava, beh...             
    Il dandy dannunziano lo sapeva però, forse per riconoscenza all’epiteto, oppure perché, in fondo, ‘vuoto e volontà’ lo adempivano a dovere – tra una canna e l’altra e i suoi, di ideali, intendo...
    Ricordo che, quanto mai narcotizzati con la scimmia ballerina in corpo, sfogliando  un’antologia scolastica di letteratura italiana di sua sorella, molto porca per l’appunto, e cocainomane alquanto, ci s’intrippava con Beckett e il suo ‘Aspettando Godot’ – in preda al delirio del momento si faceva finta di goderne dell’Assurdo(teatrale) e del modo di raffrontarlo alla realtà di tutti i giorni, e allora:

S’abbistu Nicuola?!... Nicuola s’abbistu?!

    Tutto il tempo così, scimmiottandoci, a babbìo, và... E nel ricordo di un vecchio simpaticone, amico comune che, ogni volta, ‘matematicamente’ entrando da una qualsiasi porta di qualunque posto, sempre strafatto chiedeva – S’abbistu Nicuola?! Il Cervellooo!!! ‘Vellooo... Il – Cer – vel – looo!!!... Eh, eh, eh, mmh...
    Accussì!, per riderci un po' sopra, senza senso; e a noi piaceva ripeterlo a proposito del Godot, già con la bestia in spalla, certo!...
    Era una Pasqua ‘sto gioco qui, azzizzato a questo modo... E noi messi lì, completamente sfatti, e subito pronti a svendere l’equilibrio consolidato del quotidiano, fuori da ogni realtà, giù-giù in fondo e all’istante... Un-due-tre – Stellaaa!!!
    La sorella era proprio una porca, più grande di noi di almeno una decina d’anni e molto, molto ‘emancipata’; lo aveva iniziato lei alla cannabis, il fratellino, e lui da balbuziente tutto pincopalla e bonaccione si era improvvisamente trasformato nel cocò alle prime luci dell’alba con l’erba subito pronta, riposta alla meglio dentro il cassetto del comodino accanto al letto: Mmh... Avete capito la porca!!! Teneva pure a portata di mano, per l’eventualità, “non si sa mai, oggi o domani un concorso, eh! eh!”, il suo aggeggino personale, tutto oro e argento, per tirare di coca – e poi ce li sfracassava sempre, al di là direi!, su quanto l’avesse folgorata il romanzo di Italo Calvino ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore...’ – come ogni capitolo fosse costruito a sé, come tutto ad ogni capitolo iniziasse nuovamente in un’altra storia, come tutto fosse così in un trip e non finisse mai; pure!!!, dico io: – E che palle! E che cazzo! E passami la canna!...

    Ricominciando daccapo, era lì che mi trovavo, e per una nottata intera li aiutai a scrivere una lettera a Babbo Natale mentre loro, sull’attenti, cercavano di agguantare le parole giuste per il Nonno-Babbo... Erano convinti che un paio di idee si sarebbero potute avverare con il beneplacito del ‘vecchietto’. Volevano mettere su un gruppo rock, molto personale, a dirla come la dicevano: famoso cavallo di battaglia un pezzo un po' blueseggiante ma poco, credetemi, davvero poco fruibile alla mente umana – e il ritornello che si ripeteva fino alla nausea,


...depresso e smarmittaatooh!
(trallalà-là-là-là)

...depresso e smarmittaatooh!
(trallalà-là-là-là)

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
   

    E così via... Booh!!!
    Mi ci divertivo però ad ascoltarli nelle pause musicali mentre si discorreva di Sergio Leone e del suo ‘Il buono, il brutto, il cattivo’ – battute memorabili con le pistole alle mani e il pasto caldo da consumare in fretta per non disturbare il Buono o il Cattivo, adesso non ricordo, e per fare leva sull’affamata rivolta degli intestini quando verso le cinque, le sei del mattino ci si ritirava in cucina per l’ennesima spaghettata aglio e olio, e molto, molto peperoncino – bandito dixit – il barbuto santone ogni volta ripeteva: “seguire le tradizioni tribali, tipo africane, è utile per campare più a lungo – io mi fido, mi fido e non commento; un motivo ci sarà se si sparano con disinvoltura, ogni giorno dico!!!, tutto ‘sto arraspamento di peperoncino giù per il gargarozzo, a mozziconi eh... Ed io ‘sti popoli sempre arrapati col piccante in bocca li seguo diligente! ‘Mbè, che c’è da dire o da ragionarci sopra più di tanto, lo si fa e basta – punto!” E poi attaccava col Capodoglio e le sue immersioni negli oceani dove voleva farsi seppellire, diceva l’Emilio ormai annaspando con le parole: “all’isola di Emile o di Saint Emily, adesso non so, anzi che dico picciotti!, dalle parti di Saint George’s, sì!, lì voglio essere tumulato per bene, lontano e solo, l’altra, l’isola di prima non esiste – è che mi ricordavo male, questa invece sì, come il mio cognome, io Sangiorgi, e da quelle parti ci sta, con su scritto in caratteri magari celtici o boh!, il mio solo nome, Emile, come all’anagrafe; lo sapete che sono nato a Parigi, e quindi il nome è questo, proprio così, anche se poi ho vissuto per lungo tempo nel sud delle Americhe, baah!, ero troppo piccolino, e con la mamma, e con il fratellino morto annegato – brutto, brutto davvero! – ancora a gattoni andava il bimbo in fasce, e sì!, povero cucciolo il mio di fratellino...”
    (E cominciavano i piagnistei... E giù flutti di lacrime e tristezza, tutto rattrappito in sé, rosso in faccia a trattenersi, quasi pletorico era il Barbone coi lucciconi agli occhi... E nel frattempo cominciava pure a servirci motivetti strambi da poter dedicare al caro, povero fratello-bimbo, ormai perduto chissà dove tra le maree...)
    Un po' di tenerezza la faceva però, con tutte le sue manie di persecuzione e falsa castità; anche se la serata, arrivati a quel punto, era andata a puttane come sempre, praticamente un mortorio, un carro funebre – noi tutti fusi e in preda alla paranoia – e anche se ogni volta cercavo di convincerlo che una cosa era St. George’s e un’altra Sangiorgi – insomma, non ne sentiva di ragioni: “È così che deve andare!!! Non ci piove. Solo e sperduto... E mai capito... Iooo... Sììì... Megghiu sulu ca mal’accumpagnatu! – Ca tu ricu iju... Amunì, consa ‘sta canna!”
    E allora, dipendeva dal caso in questione, o rincaravo la dose per risollevare la combriccola oppure, ormai troppo sfatto, lo mandavo ‘affanculo con disprezzo silente mentre cominciavo a riflettere sul come e perché mi trovassi, ancora!!!, in quel minchia di posto... E boh! E mah! E che cazzo!... Vabbè dai, è sempre meglio di... Di che cosa direte... Ehh?... Di restare solo? Non so. Forse... Et d’emblée?!...
    Lontano e separato voleva stare l’Anacoreta, col suo «plurale di maestà» però; lontano dagli incompetenti che non capivano, non sapevano, non potevano afferrare i suoi alti, anzi che dico!, altissimi percorsi mentali: “...ché se non stai con una Bandiera in mano, se non la sventoli per bene, come si deve, và... o che so! – diceva, grattandosi la panza spocchiosamente – se non scendi in piazza e non t’iscrivi al ‘partito di Che Guevara’, beh... Manco nei matrimoni te fanno sonà, manco uno strimpello, dico io...” Più o meno così rammento... Mentre spesso, continuando col suo soliloquio, ancora quattro smanacciate a chi gli rompeva i coglioni era in grado di darle; eppure non come prima: “E sì! Prima era diverso... E via, sopra e sotto con le fighe, sempre a lato, perché ‘sa da spurgà!!!’ – e ora, invece, manco facendo questua – E sì!, direi proprio di sì...”
    Aveva ‘sto tipo d’intonazione romanesca quando s’incazzava o pretendeva di fare spirito o, diventando nostalgico, cominciava ad infervorarsi raccontando alla meno peggio che ‘sto gergo «d’artri» lo coltivava da tempo; preso in prestito, e nel ricordo, da un vecchio compagnone di sventura, un amico ‘de Roma’ morto troppo in fretta e d’eroina, ‘sti cazzi! – ospitato nel suo tugurio per mesi – sempre con la mammina a carico, eternamente lì, come se fosse posseduta ‘sta cristiana: accanto al pargoletto, al figliol prodigo – che è giusto!, così si fa... 

    C’è da ridere a ricordarlo, ma a volte, e non di rado, mandava in Quarantena le persone, chicchessìa, così, per gioco o partito preso... In breve, se gli giravano per l’appunto le palle, lui, non più ragazzino, al posto di stenderti per terra dritto-filato si metteva a questionare o a tacere, in base a quale fosse stato il danno – e molto sornione e accigliato allo stesso tempo, quasi con un che d’indifferenza, ti ragguardiva informandoti del futuro dazio da pagare o dell’ostracismo a cui tu, inerme e interdetto, dovevi sottostare per un tot e un malcerto perché: “A te, almeno un anno... Tu, per quattro settimane, non di più... Quel tipo là, invece, quello lì è poco accollativo, quindi gli sta bene l’allontanamento a vita, baah!!! Mentre quell’altro, l’amico tuo, chiddu è un fangu!; lasciamo stare, manco a parlarne... L’altra volta, pure i pochi spicci che mi rimanevano s’è fottuto – piccioli see!!! E che te devo dì... Sì, sììì... Tu invece puoi stare ancora un po': però non cominciare come al solito ‘ca poi t’attacchi a ‘u cirivieddu!’– me sò spiegato... Sììì... Anche a te, sì!, tu – è meglio di no per ora, ma se continui a trincare accusì, ‘nni ‘sta maniera, và... Ti finisci com’ammia, diventi un’ameba compare!, e con le cacate poi... Cominci a non avere più bisogno delle spinte contemplative, seduto lì sopra al cesso, solo di liscio vai!, e credimi, ti finisce come a me – sempre pronto a cacare a destra e a manca, pure per strada se è il caso: l’hai presente, no?, mi hai visto... Tiri su i calzoni e via... Cacate da uccellino comunque, ogni mezzora circa, cristosanto!!! E boh, a te manca poco, che entri pure tu in quarantena, e buttana della *** – Amunì, dai, adduma gli spinotti che cominciamo a sonà, a fà un po' de musica come diocristo comanda, amunì, niesci ‘i scagghiuna ca già sugnu vunciu...”
    E dire che nessuno sfuggiva a questi esilii estemporanei, anche se poi la casa del ‘barbuto sornione’ era sempre piena come un uovo di gente, a lui piaceva, ci godeva nella sua frustrazione di artista mancato a mandare ‘affanculo persone che comunque sapeva sarebbero ritornate all’Ovile, magari con la coda tra le gambe, e anche un po', inspiegabilmente, mortificati e dispiaciuti...
    A volte, poi, capitava d’incocciare per quegli antri oscuri di fallimento, il così detto ‘filiettu ru fangu’... Gente balorda, infida, con poche aspettative da raccomandare ma sempre ben disposta e carica di roba – ‘u materiali, per dirla come andava detta – e il padrone delle mura domestiche in questione non mancava mai un invito per gli addetti allo spaccio d’asporto quando di Materiale non ce n’era più, o se era il caso, si pretendeva qualcosa di meglio per ravvivare la serata: pure le troie vedevo ‘andare e venire’ da quel buco di miseria che era la sua grotta ascetica...
    Anche a me venne prescritta sentenza, comunque, e anche al Rosso ora che ci penso... (Il sottoscritto in questione, sbadatamente, aveva danneggiato l’amplificatore da milioni di dollari della sua Fender, mentre ubriaco più che mai, con più etilico in corpo di non so cos’altro, canticchiando con sguardo assente si era ritrovato un cavo, anzi, che sto a dì!, un cavetto giù tra i piedi, senza accorgersi dell’importanza del suddetto... Woofer a puttane, e soldi al vento...)
    Lo venni a sapere giorni dopo quando, come al solito, andai a casa sua e senza capire, inizialmente, fui tacciato di sacrilegio e messo al bando per non so più quanto tempo... (A breve finì l’allontanamento, dopo sbornie e sbornie solitarie, in giro per la città, alla carlona – E ‘nnamu vistu...)
     D’altronde Emilio era un pezzo di pane, persino un po' troppo paterno; ma a me non fotteva un cazzo, un benemerito se... Non è che mi volevo aggaddare io, tuttavia... Che volete!... Era lì che ci si ritrovava a quei tempi... Magari con una lettera da scrivere...

    Dicevo... Se lo ritrovava in casa l’eroinomane giramondo, dopo settimane di baldorie e intere nottate passate insieme a ‘sto tizio, su e giù per la penisola-italica, dormendo a scrocco su vagoni ferroviari e mangiando a sbafo, pure!?...
    Baah! Deliri ad oltranza ci offriva, e modi diversi di fare la pasta con la cernia; il suo Top era – anche se alla fine consata alla buona, preparata e illustrata bene direi, ad ogni buon conto riaffondava nuovamente per altri ricordi: e porca la *** – intrattenuti come in un bistrot, o che so io, immersi totalmente in conversazioni da salotto russo dell’800 – sempre arrivando alle prime luci dell’alba, mentre il Rosso già pensava al comodino accanto al lettuccio, con l’erba buona, quella di riserva...
    E noi, la lettera, non la finivamo mai! E forse, non so ancora, iniziava di rado l’incipit per la rilettura, e spesso ‘il tutto’ veniva cestinato in fretta, così, perché sennò domani?! E poi?! E che cazzo!!!
    All’indomani, invece, altra prova di ‘mix’ e altro giro di dadi – mentre io, nonostante ciò, sopportavo poco il ritorno tra le mura paterne, famigliari, per dormire e aspettare altre sbornie e altre storie – altra merda da non reputare tale – altri déjà vu, sempre più intatti... E Babbo Natale che non risponde mai... Manco a dirlo!
    Volevo che l’intera giostra, il Circo con tutti i suoi ambaradan varii e sconnessi continuasse senza pause né contorni quotidiani, da focolare domestico, ma fino alla fine e senza contemporaneità, dislocazione o abulia: – da smaltire subito però, chissà dove e con quali sensi di colpa per i ciabattini e le fiammiferaie dentro la mente, e i bambini alla fame con le mosche negli occhi e un che di biasimo al padre-eterno...   
    Caspita! Non riuscivo a rimuovere manco nell’assenza del corpo poco prima del liquido, docile dormiveglia che ti slaccia dalla penombra circostante; aspettando e aspettando un’altra lettera da non mandare e digerire per altri ritorni, al dove e al come, e al ‘quanto manca prima che tutto il resto non diventi Epifenomeno?!...’

    La solita solfa direi, per farla breve, tranne quando, sempre nelle mattinate, trovavo il crucco perdigiorno e pensatore sonnambulo, il musicista barbuto per dirla, ancora lui insieme a uno, due tizi conosciuti di straforo e a me laidamente estranei, seduti ‘tutti insieme appassionatamente’, sdivacati alquanto su divani malconci per il nostro consueto repertorio, a non dire una, dico una parola!, in silenzio e soddisfatti pure, a contemplare il vuoto con lo sguardo fisso per chissà quale promontorio di fantasticherie strampalate – tutti in silente ascesi al nulla: – ed io mi sedevo, anch’io tentato mi raggruppavo al Giogo, e dopo un paio di sigarette, e se avevo culo quella sera, dopo qualche sorso di birra, arrancavo verso la porta d’uscita andandomene via ancora più silenzioso di quando ero arrivato, convinto di essermi riempito di un qualcosa di sacro, più che mai stordito per quello a cui avevo assistito, quasi per ieratica aggregazione...
    Subito a lettuccio li lasciavo, ancora più stravaccati su quei divani di marzapane, buttando un’occhiata a Morfeo e pensando a come sarebbe stato dopo e se «l’esperienza» si sarebbe ripetuta... Macché!... Altro da digerire, prego!
    Capitava pure di ritrovarci i cosiddetti Conoscenti – più sballati del solito – e, come non detto, in preda a deliri di grandezza e stupidità... A volte i discorsi erano del tipo: Porco!, e l’altro: Prete!, e di nuovo: Porco!!! – Prete!!!... Tutto il tempo così... Perché Emilio si riduceva sempre a vestire la parte del magnaccione infoiato e privo di freni o ritegni tipicamente sociali; quindi il porco era lui, mentre l’altro, o gli altri, dipendeva dalle circostanze, lo sputtanavano a raffiche e prese per il culo, tutti ligi dall’alto della loro moralità filosofica – e allora lui: Prete!!! Siete tutti dei preti... Bisogna dirle le cose –  come stanno, sì!, vabbè, và! Tutti preti – preti siete!!! Pree–tiii... Pre... Tiii... Sì, sììì... Pre...
    E ancora: – Porco!!! Prete!!! Porco!!! Prete!!! Tutto il tempo imbestiati dall’alcol a recitare l’allegra fattoria fino a quando non mi rompevo i coglioni e prendevo la via di casa per accansare altri dormiveglia e appigli e posizioni nostalgiche, fetali – fino ad allora poco familiari... Eh sì! C’era poco da fare. O così o vattene ‘affanculo... Ed io: grazie, molte grazie... Sia a casa che in mezzo al delirio delle usuali ricreazioni notturne...
    Eh! Eh! Poco a rendere e ‘chilate’ d’acqua a bollire: gira il mestolo, compà!, che domani si ci manda ‘sta cazzo di lettera al babbo e al natale... e al... come diocristo si chiama ‘sta tarantella che non riesco a levarmi dal cervello? – diceva il musicista fallito – mentre prenoto un posto per la Direttissima, tutto mio e personale e “sa da spurgà, ragà!, sa da spurgà!, è fisiologico, naturale, e che diamine! madre natura s’incazza sennò... la Gaia Scienza e tutto il resto, insomma...” – “Adesso io credo nel Cristo,” continuava, “nel Cristo, sììì... sì!; prima invocavo altrove, e mi rispondeva pure... ‘sta minchia!... avevo poteri, io... credo... almeno... baah!... e mi picchiava nel sonno se non... di notte dico... ho avuto paura, pauuraaa!!! – esorcismi su esorcismi – e gli amici... sempre quelli... e poi vedevo le cose, poi... mi cercava vi dico... davvero ve lo dico!!!... quando arriva non ti lascia più; così, boh!... non ci capivo più niente e... Maah!!!”

    Alla fine, c’era da rimanerci fuori di testa, dico io!, con tutti quegli ‘ormoni’ su e giù per il basso ventre, della mia età intendo, un po' biricchini... Ammazzandosi sempre più di seghe, spietatamente, alla faccia dei prezzemolini, dei pincopalla, dei Rossi e dei Neri, di tutti i ‘matelli’ e gli Assassini del mondo, e pure di tutti quelli con la testa più ‘mangiata’ della mia... 

[Mea culpa su mea culpa... Prosit! ]
   
    E per non darmene pace giravo con ‘sti cazzo di amici, ‘sti tipi alienanti, spesso più rincoglionito di loro e con «l’eroinomane» di turno appresso, sempre accanto il derelitto, tutto figlio di papà: ché lo spaccino lo andava a prelevare financo a casa, fino alla porta della sua stanzetta arrivava per andarselo a prendere – e guidava pure, il borsaiolo... Ancora per un altro ritrovo, un prossimo scambio e ritiro...
   
*
*   *

    Così, per dirmela tutta, ‘sta volta avevo paura di farmi del male, con ‘sta gente e il loro gusto strambo per il cibo ammuffito da settimane e trovato per caso in frigo... All’opposto andavo e non sembrava... In una vita parallela, un mondo a parte... E mai  senza «l’abbeveraggio» a scalciare la noia, sempre quella, persistente – e la voglia senza pause pure – e l’istinto di non fare tardi, di non fingere per un’altra dose di cattiveria, per niente la stessa cosa, lì, con tutte le mie sconce storie dietro l’angolo, subito pronta a sfamarsi del primo abbaglio e a vanificare il ritorno al mittente del postino con le renne del Nonno-Babbo in spalla e un nuovo giro di parole da consumare in fretta, al più presto, immediatamente, mentre il Brutto, il vecchio santone strafatto, ancora adesso non si è incazzato ad aspettare, e aspettando Amen...

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Voici le temps des Assassins.

Arthur Rimbaud
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Pollock on Demand



OBJECTS IN MIRROR ARE CLOSER THAN THEY APPEAR


L’occhio stende colori a levare sulla tela
E ciò che manca riflette
         un’occasione
         un rimprovero riconoscibile
         nel confronto

Impara la fibra a districarsi
         tra la pelle e spia
         capacità innate
         irrisolte

Nel vagito l’impatto
Per ore e ore di attesa e plenitudine

Arresta la fame l’incendio
         di una prossima intimità e tace
         l’amena compresenza di pace
         dopo e prima l’atto

Avversa figura di donna che non sfugge

Non trae conseguenze né richieste

Ed esce impunita e pulita da mani ancora inespresse

Pudica riprende un altro inizio d’immagine
         e non sa sognare che niente

Permalosa incostante maturità

         azzittita per fede___




Informazioni personali

La mia foto

Francesco Maria Cannella è nato a Palermo nel 1978, dove vive. Ha ottenuto vari riconoscimenti nell’ambito della poesia a carattere nazionale e internazionale, tra cui: 1° premio INVES 1999, 1° premio L’IRIDE 2001, premio alla cultura ‘Don Padre Puglisi’ 2005.
Proprio nel 2005, esordisce con la silloge LA STANZA È CALDA (prefazione di Alfio Inserra, Ed. Thule). L’anno successivo, sempre per la stessa casa editrice, pubblica un secondo volume NON VOGLIO OMBRE ALLA MIA FINESTRA (prefazione di Aldo Gerbino).
È ancora inedita la raccolta LA PORTA SOCCHIUSA, con prefazione di Salvatore Di Marco, anch’essa concepita all’interno del lungo work-in-progress al quale fanno riferimento le prime due pubblicazioni.

Alcune sue poesie sono inserite in riviste e antologie letterarie.
Oltre che di letteratura si occupa di pittura, fotografia, grafica e film.
Si sono, tra gli altri, interessati alla sua produzione: Tommaso Romano, Franca Alaimo, Elio Giunta, Franco Loi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Massimo Cacciari, Federico Hoefer, Dino Grammatico, Pino Giacopelli, Paolo Ruffilli, Ferdinando Banchini, Johannes Maddens, Mario Specchio, Elio Andriuoli, Vittoriano Esposito, Luca Desiato, G. L. Bartolini, Flavia Lepre.

Nel 2010 con il libro NIENTE ABAT-JOUR VICINO AL LETTO in cui appare per la prima volta della prosa, pur non tralasciando la poesia, e i tre suddetti volumi si chiude una tragicomica e farsesca tetralogia dai richiami fortemente autobiografici che prende forma e si confessa sin dal titolo: MALASILO Bisogna forzarle le cose, 1998-2010.

ANTICAMERA, correlato alla tetralogia, conclude un ampio lavoro poetico sulla paternità dal titolo di matrice oraziana «disiecti membra».

MORTE APPARENTE DI UN IMPOSTORE, in cui viene presentata sia prosa che poesia, è da considerarsi una plaquette, un capriccio, una perifrastica passiva o una mera confessione...

Con MERIDIANO 180 GRADI, del 2011, in cui scritti passati e inediti si compenetrano in un percorso tanto discorsivo quanto intimistico, prosa lirica e poetica dell’istante narrano il vissuto dell’Autore in una carrellata d’immagini giustapposte per contrasto.

Sempre nel 2011, rielaborando poesie inizialmente tralasciate, racchiude in una silloge estranea al lavoro precedente e allo stesso tempo privatamente connessa al viaggio poetico iniziato da più di un decennio l’idea di verso stanco, dimenticato, con il libro VERDERAME ALLE PARETI in cui pathos e rammarico si fondono nell’attesa di un rinnovamento...

Il suo ultimo lavoro, CON LE PERSIANE CHIUSE, è composto da diciotto poesie inedite in cui la ricerca di nuove consonanze sembra rivelarsi attraverso un cammino nitido di sembianze. Di fatto, visionando il passato tra sogno e veglia l’Autore tenta, in corresponsione col presente, di afferrare i ricami di momentanee epifanie e di catturare per istantanee gli incanti quotidiani...

Scrive anche in vernacolare.

NON SALTARE GIU' DAL LETTO PRIMA DI MEZZOGIORNO è il suo primo romanzo.

«Mi pare utile, e mi piace pensare, che la poesia si riveli inesausta tensione al linguaggio e a un senso sempre rimandato, pronto ad accogliere significati altri. Ne risulta, intendo, un legame tra le parti che ha il suo esatto domicilio nella separazione e nella autonomia.»
F. M. Cannella

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